Ci sono giornate in cui non serve nessuna riflessione particolare.
Nessuna statistica sulla mobilità sostenibile.
Nessun dibattito sul traffico.
Nessun articolo sui costi dell’auto o sull’inquinamento.
Ci sono giornate in cui basta semplicemente guardarsi intorno.
Un percorso che attraversa il verde.
Il rumore delle ruote sul cemento liscio.
L’aria primaverile addosso.
Le persone che camminano, corrono, fanno esercizio all’aria aperta.
La sensazione di muoversi senza essere intrappolati.
Il lusso vero non è possedere un’auto. È attraversare la città così
E in quei momenti mi torna in mente una scelta fatta ormai sette anni fa: non ricomprare la macchina.
Non è stata una protesta.
Non è stata una scelta ideologica.
E nemmeno un sacrificio.
Anzi.
Col tempo ho capito che rinunciare all’auto, almeno per il mio stile di vita e per il contesto in cui vivo, è stato soprattutto un modo per togliere rumore. Letteralmente e mentalmente.
Perché l’automobile, soprattutto in città, spesso non è libertà.
È attesa.
È traffico.
È ricerca di parcheggio.
È nervosismo accumulato senza nemmeno accorgersene.
La città cambia quando smetti di guardarla da un parabrezza
La cosa curiosa è che tutto questo è diventato così normale da non essere quasi più percepito come un problema.
Code infinite? Normali.
Clacson? Normali.
Aria pesante? Normale.
Perdere tempo ogni giorno nel traffico? Normale.
Poi però sali in bicicletta.
E improvvisamente ti accorgi di quanto sia innaturale tutto il resto.
Non perché la bici sia perfetta.
Non perché pedalare risolva ogni problema urbano.
E nemmeno perché tutti debbano fare la stessa scelta.
Ma perché la bicicletta ha una capacità rara: rimettere le cose nella giusta scala.
Ti restituisce il tempo.
Ti restituisce le distanze reali.
Ti restituisce persino i dettagli.
Un albero che prima non avevi mai notato.
Una luce particolare tra i palazzi.
Il profumo dell’erba e degli alberi in fiore mentre attraversi un parco o un bosco al mattino presto.
Perfino il silenzio, quando riesci a trovarlo, assume un valore diverso.
Ed è qui che, secondo me, la bicicletta incontra una certa idea di “zen”.
Non nel senso spirituale da cartolina.
Ma in qualcosa di molto più concreto: la capacità di essere presenti mentre ci si muove.
Pedalare per tornare presenti
Perché quando vai in bici non stai semplicemente “andando da qualche parte”.
Stai attraversando un luogo.
Lo vivi.
Lo senti.
Ne fai parte.
In auto, invece, spesso succede il contrario.
Ci si isola.
Si attraversano spazi senza realmente guardarli.
Si passa da un parcheggio all’altro cercando solo di arrivare.
E forse è anche per questo che molte persone percepiscono la città come ostile: perché la vivono quasi sempre dietro un parabrezza.
Io non penso che esista una soluzione unica per tutti.
Ci sono lavori, esigenze familiari e contesti dove l’auto resta necessaria.
Però penso anche che abbiamo accettato troppo facilmente l’idea che ogni spostamento debba avvenire con due tonnellate di metallo intorno a noi.
E ogni tanto basterebbe un momento così per ricordarci che esistono alternative più leggere.
Più umane.
Più lente, forse.
Ma incredibilmente più vive.
E no, dopo sette anni senza auto, non mi sento di aver rinunciato a qualcosa.
Semmai il contrario.
Lascia un commento