Dal 16 maggio 2026 entra in vigore l’obbligo di “targa” per monopattini elettrici e speed pedelec. Finalmente l’Italia è salva. O forse no.
C’è qualcosa di meravigliosamente italiano nel nostro modo di affrontare i problemi.
Prendiamo un fenomeno complesso, lo semplifichiamo brutalmente, individuiamo un nemico facile da colpire e poi ci convinciamo di aver risolto tutto con un adesivo, una multa o un nuovo obbligo burocratico.
Ed eccoci qui.
“La targa ai monopattini? Perfetto. Adesso magari occupiamoci anche delle persone che muoiono davvero”
Da sabato 16 maggio 2026 monopattini elettrici e speed pedelec dovranno avere una sorta di “targa” identificativa. Una battaglia portata avanti con convinzione dal nostro ministro dei trasporti preferito — sì, proprio lui — da sempre impegnato nella dura lotta contro il più grande pericolo della mobilità contemporanea:
il tizio in monopattino.
Nel frattempo però:
- in Italia si continua a morire sulle strisce pedonali;
- si continua a morire in bicicletta;
- si continua a morire dentro automobili guidate “con prudenza” mentre si manda un vocale su WhatsApp;
- si continua a morire perché qualcuno pensa che il limite di velocità sia un consiglio creativo.
Però tranquilli: abbiamo la targa ai monopattini.
Il monopattino: il mostro perfetto
Il monopattino elettrico è diventato il capro espiatorio ideale.
È nuovo.
È fastidioso.
È usato spesso male.
E soprattutto: non appartiene alla religione nazionale dell’automobile.
Perfetto.
Così il dibattito pubblico può evitare accuratamente di affrontare il vero problema della sicurezza stradale italiana:
il comportamento di chi guida veicoli da oltre una tonnellata come se fosse in un videogioco.
Perché i numeri sono impietosi.
I dati reali (quelli noiosi, ma utili)
Secondo i dati ACI-ISTAT:
- oltre 3.000 persone muoiono ogni anno sulle strade italiane;
- più di 230.000 restano ferite;
- il costo sociale supera i 18 miliardi di euro all’anno.
E adesso arriva la parte che rovina la narrazione.
Vittime annue per categoria
| Categoria | Vittime |
| Occupanti auto | oltre 1.250 |
| Motociclisti | oltre 800 |
| Pedoni | circa 470 |
| Ciclisti | circa 200 |
| Utenti monopattini | circa 23 |
Ventitré.
Ripetiamolo lentamente:
ventitré.
Una tragedia, certo. Anche una sola morte lo è.
Ma se un Paese serio dovesse decidere le priorità sulla base dei numeri, probabilmente concentrerebbe energie su:
- velocità;
- smartphone alla guida;
- sorpassi criminali;
- precedenze ignorate;
- infrastrutture ridicole;
- controlli praticamente inesistenti.
Invece no.
Targa al monopattino.
Perché è mediaticamente perfetto.
La vera emergenza italiana: la normalizzazione della violenza stradale
La cosa più inquietante non sono nemmeno gli incidenti.
È il fatto che li abbiamo normalizzati.
Ogni giorno leggiamo:
- “auto perde il controllo”;
- “pedone travolto”;
- “ciclista investito”;
- “schianto nella notte”.
Come se le automobili fossero entità autonome dotate di libero arbitrio.
Mai che si dica chiaramente: qualcuno stava guidando male.
Perché in Italia l’automobile gode ancora di una specie di immunità culturale.
- Parcheggiare sulle strisce: tollerato.
- Superare un ciclista a 20 centimetri: tollerato.
- Stare al telefono guidando un SUV da due tonnellate: tollerato.
- Entrare in città a 70 km/h: tollerato.
Ma guai al monopattino. Guai al ciclista che cammina affiancato o che, per la sua incolumità, circola verso il centro della corsia di marcia.
Lì improvvisamente scopriamo il valore delle regole.
Nel resto d’Europa fanno una cosa assurda: progettano città sicure
Mentre noi inseguiamo targhette identificative, altri Paesi affrontano il problema in modo quasi rivoluzionario:
usando urbanistica e prevenzione.
Helsinki, per esempio, è arrivata a registrare zero morti stradali in un anno.
Zero.
Non vietando biciclette.
Non criminalizzando monopattini.
Non facendo guerre culturali alla micromobilità.
Ma attraverso:
- limiti a 30 km/h;
- città progettate per esseri umani;
- attraversamenti sicuri;
- piste ciclabili vere;
- controlli automatici;
- riduzione della velocità media.
In pratica hanno capito una cosa semplicissima:
se rendi difficile guidare come un idiota, muore meno gente.
Sembra banale. Eppure da noi è ancora fantascienza.
Il problema non è il monopattino. È il nostro modello mentale
La verità è che monopattini, biciclette e mobilità leggera danno fastidio perché rompono un equilibrio culturale vecchio di decenni.
Mettono in discussione l’idea che:
- ogni spostamento debba avvenire in auto;
- lo spazio urbano appartenga alle macchine;
- chi guida abbia sempre la priorità morale oltre che stradale.
Ed è molto più semplice attaccare il mezzo piccolo e vulnerabile piuttosto che affrontare il comportamento profondamente tossico che domina ancora le nostre strade.
Conclusione
La targa ai monopattini non renderà automaticamente le città più sicure.
Così come qualche punto in meno sulla patente non fermerà chi guida guardando TikTok.
Così come una nuova multa non cambierà magicamente decenni di assenza educativa e culturale.
La sicurezza stradale si costruisce con:
- infrastrutture intelligenti;
- controlli seri;
- educazione;
- mobilità alternativa;
- limiti rispettati;
- responsabilità individuale.
Ma tutto questo richiede tempo, investimenti e coraggio politico.
Mettere una targa a un monopattino invece è facile:
- Fa titolo
- Fa campagna elettorale
E soprattutto permette di evitare la domanda più scomoda di tutte:
perché continuiamo ad accettare migliaia di morti stradali ogni anno come se fossero semplicemente il prezzo inevitabile della comodità automobilistica?
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