Tre ragazzi in kayak su una secca del delta del po

Sul fiume Po con due canoe gonfiabili e un’avventura in tasca

“Pazzesco. Anche io ho sempre voluto fare un viaggetto in canoa sul Po. Deve però essere una vera avventura. Massima autosufficienza e improvvisazione!!”.
Sono queste le prime parole di un’avventura pazzesca nata per puro caso davanti a Decathlon di Moncalieri 👇

One comment

Personalmente ho rivalutato negli ultimi anni il concetto di sport e avventura.

Se prima andavo a cercare il limite estremo, principalmente fisico, raggiungibile solo con molto allenamento, attrezzature tecniche e la miglior tecnologia, ora sono alla ricerca di quella che si può definire vera avventura. O vecchiaia? 🙂

La moda ormai ha appiattito il concetto di avventura.

Farsi portare “per mano” sulla cima della montagna più alta del mondo è ancora da considerarsi avventura? È un viaggio estremo, pericoloso e costoso. Ma cosa rimane dell’avventura in un viaggio del genere? Poco o forse niente. L’avventura prevede l’esplorazione, muoversi verso l’ignoto e affrontare situazioni inaspettate.

“Se il merenderos non và dalla montagna, la montagna va dal merenderos”. Il concetto che risuona sul mercato dell’outdoor è ormai questo.

Rendere accessibili a molti quelli che una volta era accessibile a pochi o addirittura a nessuno.
Renderlo accessibile anche a caro prezzo, soddisfando il cliente e la sua idea di avventura, ma che di avventura è rimasto solo il nome dell’agenzia o del viaggio.

Quindi è ancora possibile fare “l’avventuriero” nel nuovo millennio, dove il limite umano in ogni sport si sposta sempre più alto?

Ebbene sì, ed il segreto amici miei… è la controtendenza!!!

Se ormai gli avventurieri sono a un livello irraggiungibile, vedi gli astronauti, noi nel nostro piccolo possiamo comunque diventarlo.

E così è possibile trasformare una gita relativamente semplice in una vera e propria avventura, se percorsa con attrezzatura e tecnologia ridotte al minimo!

Ed è così che abbiamo organizzato la nostra avventura in canoa sul Po

Punto di partenza indefinito, punto di arrivo indefinito.

La preparazione

Iniziamo a studiare il Po per capire almeno il punto di partenza e eventuali sbarramenti.
Nel frattempo troviamo un articolo online del 40° anniversario della percorrenza del Po in canoa da Torino alla foce, è un segno!

Decidiamo quindi di partire da Torino e ripercorrere il percorso “storico”. Online troviamo alcune informazioni su chi ha già tentato l’impresa, sembra fattibile.

L’ottimismo dura fino a quando non leggiamo i tempi medi di percorrenza e i periodi. Noi avevamo 5 giorni ed eravamo nel periodo di magra del Po. Le guide consigliavano vivamente di percorrere il fiume nelle mezze stagioni per avere una discreta corrente, fino a qui tutto compensabile con delle pagaiate in più.

Arriviamo poi ai tempi di percorrenza: 14 giorni circa…
Effettivamente, sono più di 500km; ma di questo ce ne occuperemo all’ultimo, letteralmente.

Emerge ancora un piccolo dettaglio, nessuno dei tre ha mai dato un colpo di pagaia in vita sua. Solo qualche giretto con canoe in affitto. Recuperiamo tre canoe che definire imbarazzanti sarebbe stato un complimento.

Io avevo una canoa gonfiabile con il pvc deteriorato che sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro, Gandi ha trovato un gommone gonfiabile con fondo rigido e Enea una canoa monoposto rigida.

Andiamo quindi a fare un primo test sul Po vicino a casa per capire velocità, spazi e tutto il resto.

Diciamo che le speranze di riuscire nell’impresa con i nostri mezzi sarebbe inferiore di quella di vincere al superenalotto, senza giocare schedine.
La mia canoa totalmente inaffidabile, quella di Gandi lentissima e quella di Enea non aveva spazio nemmeno per un marsupio.

Abbiamo quindi un problema enorme da risolvere in partenza. Le canoe!

“Preparo un progettino e proponiamolo a Decathlon di Moncalieri!” dico per scherzare. Nel dubbio preparo il progetto e glielo proponiamo al negozio di Moncalieri.
Tempo un giorno e arriva la risposta “ok vi possiamo lasciare l’attrezzatura per la vostra avventura sul Po”.

Problema canoe risolto tempo zero, incredibile!

La data di partenza si avvicina. Abbiamo circa una settimana per organizzarci e le canoe potremmo recuperarle il giorno prima della partenza, quindi non riusciremo a renderci conto della navigazione e spazi fino all’ultimo.

Nel frattempo Gandi decide di investire in questa impresa e compra una cartina del Po a ben 3 euro. Praticamente è un foglio A3 che sembra essere stato strappato da un quaderno dei disegni di una bambina delle elementari. Però sulla mappa sono segnati i km e potrebbe tornarci molto utile.

Le valigie

Dobbiamo viaggiare in tre, con due canoe gonfiabili, in totale autosufficienza. Senza quindi appoggiarci a hotel, supermercati e altri tipi di rifornimenti.

L’abbigliamento è un altro punto critico. Lo riduciamo al minimo contando di poter lavare la roba sporca almeno ogni due giorni, quindi 3 volte durante il viaggio.
Fondamentalmente siamo partiti con due mutande, due magliette, un costume e una maglia termica di emergenza.

Passiamo allora all’altro scoglio da superare: cibo e acqua. Ci aspettano i giorni più caldi dell’anno e passeremo molto tempo in canoa sotto il sole, contiamo minimo 2 litri di acqua a testa al giorno, sperando di trovare almeno una fontana in 6 giorni.
Col cibo invece abbiamo fatto del nostro meglio. Immagine tre uomini (grezzi), con capacità culinarie di un neandhertal, fare la spesa per 6 giorni in canoa….
Diciamo che abbiamo seguito una dieta poco varia. Programmiamo 3 pasti principali al giorno a base di formaggio, tonno, taralli, salame, pane, frutta secca e merendine. Ai quali aggiungiamo 2 merende con barrette.

Concludiamo la lista con le ultime cose fondamentali per la sopravvivenza:

  • Spazzolino
  • Sapone
  • Cordini di varie misure
  • Luce frontale
  • Accendino
  • Powerbank
  • Cappello da esploratore
  • Carta igenica
  • Tanica 10l pieghevole
  • Occhiali da sole
  • Crema solare
  • Ukulele (fondamentale per l’obiettivo finale dell’avventura)
  • Grana padano
  • Salame
  • Tonno in scatola
  • Taralli
  • Biscotti
  • Pane in cassetta
  • Barrette

Il tutto dovrà essere completamente riparato dall’acqua.


Foto con tutta l'attrezzatura necessaria per l'avventura
Questa è tutta la mia attrezzatura che ho selezionato per il viaggio. Cibo e acqua esclusi

E qual è il prodotto migliore in cui mettere l’attrezzatura e vestiti per tenerli asciutti?
Le sacche stagne! Direte voi.

E invece no! I sacchi neri dell’immondizia! Economici e resistenti 😉

Nota bene: siamo a due giorni dalla partenza e non abbiamo ancora deciso zona di partenza e zona di arrivo!

Il giorno prima della partenza

Ok che parliamo di avventura e vogliamo partire senza programmare nulla lasciando libero spazio all’improvvisazione, cosa che ci viene naturale, però almeno una gonfiata alle canoe per capire spazi e funzionamento dobbiamo darla.

Quale posto migliore della mia cucina per un test?!

Chiamo Enea, il mio compagno di canoa e prepariamo tutto. In due ci stiamo comodi ma appena carichiamo il materiale capiamo che potrebbero esserci dei problemi logistici.. Di fatto non ci stiamo ahahah.

Non possiamo però limare ancora sul materiale, ci verrà in mente qualcosa nel momento in cui saremo sul Po. Test superato!

Manca ancora Gandi e la prova in acqua. Andiamo quindi su un moletto abbandonato tra Moncalieri e Torino e entriamo in acqua.


Test canoa Decathlon Itiwit
Giorno di test sul Po con un mio amico infiltrato, Andrea

Rispetto alle canoe che usavamo prima sembrava di viaggiare su delle barche a motore! Una ideale per due persone, più bassa rigida e lunga, che useremo io ed Enea.

La canoa di Gandi invece era più compatta e agile. Perfetta per una persona e un carico più leggero.

Direi quindi che siamo pronti per partire! In meno di 24 ore saremo sul Po, nel nulla e senza supporti esterni!

Giorno 1. “Capovaro posso andare?” “Vadi contessa, vadi

Pronti per partire, tutti in ritardo come da protocollo. Saliamo in auto e iniziamo a ragionare sul punto di partenza.


Canoa gonfiabile Itiwit
Via che si va, il fiume Po ci aspetta e ci aspetta anche… curiosi, è?

Lungo l’autostrada ripercorriamo il Po su Google Maps e calcoliamo a spanne quale potrebbe essere il punto che ci possa permettere di raggiungere la foce in qualche giorno e avventurarci in mare.

Abbiamo scelto Occhiobello perchè sembrava esserci un molo con parcheggio vicino. Scarichiamo il materiale e Enea va in piazza a parcheggiare l’auto (ricordatevi questa scena del parcheggio). Il termometro supera i 35°, sono le 13, nel pieno dell’ondata di caldo del 2020. Giorno e orario perfetti per partire.

Al molo troviamo un pescatore e gli chiediamo informazioni sul fiume, punti di approdo ecc.. Diciamo che non ci è stato così utile però era simpatico.

Foto di rito pre partenza e mettiamo le canoe in acqua, carichiamo tutto sulle canoe e finalmente salpiamo. Io e Enea sulla canoa più grande e Gandi sulla piccola.


Appena slegati dal molo ci accorgiamo di un piccolo problema, la nostra canoa sta imbarcando acqua. Riattrachiamo, svuotiamo di nuovo tutta la canoa e scopriamo che mi ero dimenticato di avvitare il tappo di scolo.. Ops.


Partenza avventura sul Po 2020
Canoe gonfiabili pronte, attrezzatura pronta, pagaiatori pronti. Da sinistra a destra. Enea, io e Gandi

Partiamo ufficialmente e dopo 10 metri ci mettiamo tutti il salvagente perchè incontriamo subito dei mulinelli, la nostra esperienza pari a zero non ci permette di capire le differenze tra tratti sicuri e pericolosi.

Passate le prime paure iniziamo l’avventura sul Po. Superiamo due grandi imbarcazioni destinate all’utilizzo in cava e oltre quelle il nulla.

Il fiume è in magra, la corrente scorre estremamente lenta e noi in mezzo al Po a pagaiare sulle nostre canoe gonfiabili, sotto un sole cocente.

La larghezza del Po, per noi montagnini, è abbastanza impressionante da non essere così tranquilli nel viaggiare in centro fiume. Navighiamo quindi vicino alle rive cercando di decifrare quei cartelli navali sconosciuti.

Improvvisamente troviamo un’isolotto che sembra uscito da quei racconti di avventura che leggiamo. Un isolotto talmente piccolo che avessimo voluto sdraiarci in tre non ci saremmo stati.

Fissiamo quindi le canoe a due pietre sporgenti e facciamo una breve pausa sull’isolotto, con concertino di ukulele, flauto irlandese e voce.

Ci rimettiamo in canoe e ripartiamo con le solite pagaiate ritmiche e ripetitive. Davanti a noi un’autostrada di acqua che percorriamo a circa 5km/h.

Dopo circa tre ore di pagaiata, che ci sembravano tante ma saranno nulla paragonate ai prossimi giorni, arriviamo a una spiaggia con una manciata di persone che passeggiano e prendono il sole. Controlliamo la posizione su maps, pranzo veloce e poi di nuovo su in canoa.

Seguiamo la lentissima corrente fino ad arrivare a una spiaggetta carina che racchiudeva al suo interno un laghetto. Punto perfetto per accamparsi dopo 30 km di pagaiate su canoe gonfiabili, carichi come una chiatta porta container.

Inizia a farsi buio e ci muoviamo a montare la tenda, senza telo antipioggia. Ci diamo una lavata nel Po (forse eravamo più puliti prima), stendiamo i vestiti fradici, accendiamo un fuoco in riva al fiume e ceniamo. Formaggio, salame e biscotti. è questo il nostro menù di base a pranzo cena e colazione.


Bivacco con i Kayak sul Po
Preparativi per la notte. Temperatura e umidità record.

Concertino ukulele, flauto irlandese e voce, poi a letto stravolti.
La temperatura in tenda è estrema. Siamo tutti e tre più alti di 180 cm in una tenda giusta giusta per tre persone. Caldo afoso e di sottofondo strani rumori arrivano dall’acqua e dalla sabbia intorno a noi. Rumori che non mi faranno chiudere occhio dandomi la sensazione di avere qualcosa che si muove nelle vicinanze della tenda.

La notte però ci riserva un’altra gradita sorpresa.. Gandi russa come un trattore ingolfato degli anni ’50.

Giorno 2. Cefali volanti

Al mattino abbiamo effettivamente trovato una sorpresa. Tracce di bisce in tutta la zona intorno a noi, sembravano disegnate con un pennello.

Colazione veloce, recuperiamo i vestiti stesi sui rami degli alberi (ovviamente fradici) e ci rimettiamo in canoa. Sono le 7 30 di mattina e il sole inizia già ad arrostirci.

Partiamo carichi, come se avessimo dormito 12 ore in hotel 5 stelle! Dopo un’oretta riusciamo a rinfrescarci tra le fronde di un albero, ma la pausa dura poco.

Un ramo dell’albero è orizzontale, perfetto per una gara di trazione. Impavidi delle 10 ore di pagaiata che ci aspettano iniziamo con la sfida. Io perdo malamente dopo 5 mesi di sedentarietà causa lockdown.


Arrampicata sugli alberi lungo il PO
Free climing “is a state of mind” #1

Belle spompati riprendiamo le canoe e ripartiamo. Al primo colpo di pagaia perdo però il mio bellissimo cappello da trafficante colombiano. In realtà era raggiungibile ma chi si fida a immergersi nelle acque del po? Compenso con una pezza di rete in tessuto che mi aveva regalato il mio amico Giulio.

Oggi la corrente è davvero a zero. è come se camminassimo in ginocchio su un rettilineo dell’autostrada.

Il Po in questa zona si allarga ancora e non vediamo nulla oltre gli argini. Acqua e argini. Così per ore. Ma è proprio nei momenti di difficoltà che scatta l’innovazione.

Abbiamo così “inventato” la “pausa itinerante”. Leghiamo i due kayak a prua e poppa, due di noi si sdraiano per dormire/mangiare. Uno di noi (solitamente io perchè volevo arrivare) rema in modo blando per continuare a macinare metri preziosi, o almeno a non perderli.

Viaggiavamo ai 5 km/h a dir tanto, il sole cuoceva noi, il cibo e le canoe però in fin dei conti eravamo freschi e riposati. Fino a quando, da veri lupi di mare, ci accorgemmo che vento e alta marea influivano pesantemente sul fiume. Eravamo a pochi km da Porto Tolle e per fare forse 4 km ci abbiamo messo un’eternità. Ore di agonia contro vento, onde che spezzavano il ritmo e controcorrente.

Raggiungiamo un moletto e decidiamo di andare a esplorare la zona per capire se fosse il caso di fermarsi a bivaccare. Erano circa le 17.

Superiamo l’argine e entriamo in un paesino sperando di recuperare informazioni preziose per il viaggio e magari un po di cibo fresco. Lo scenario era invece quello di un videogioco ambientato nel post atomico. Il nulla. Tutto chiuso.


In Kayak sul Po
Sembro o no un po’ Chef di Apocalipse Now? LOL

Ci fermiamo nell’unico bar aperto e chiediamo indicazioni per arrivare al mare. Sembrerà strano ma se due ragazzi scalzi, con vestiti mezzi distrutti, chiedono a un barista di un paesino del Po quanto manca per raggiungere la foce, questo li guarderà malissimo :).

Il barista ci mette in guardia dai pescatori di frodo che si aggirano di notte in quella zona e soprattutto sugli isolotti poco più distanti da noi.
Dobbiamo quindi prendere una decisione. Rischiamo e dormiamo li in zona oppure rischiamo e andiamo ancora avanti con due ore scarse di luce?

Decidiamo di andare avanti e provare a fare più strada possibile nonostante il vento e la corrente contro. Gandi, da solo sulla canoa più alta, sembrava saltellasse sulla superficie senza guadagnare un centimetro.

Arriviamo finalmente a un molo abbandonato giusto in tempo per vederci il tramonto. Molo in legno, tutto nuovo, bellissimo. Fissiamo le canoe e montiamo la tenda sulla passerella. Oggi altri 50 km sono andati.

Un centinaio di metri più in la troviamo pure una fontanella per farci la doccia, lusso. Io e Gandi arriviamo alla fontana e troviamo Enea che si insapona totalmente nudo, senza sapere che quella era la fontana del Comune! Dietro di lui portici con uffici e sede comunale con le auto della municipale in arrivo.

Docciati e profumati andiamo in esplorazione sui traghetti abbandonati. Traghetti nuovi lasciati li a marcire. Troviamo scatoloni aperti con patatine scadute.

CI ritroviamo alle 22 circa a fare aperitivo con patatine scadute su un molo abbandonato, romanticismo puro.


Tramonto sul porto di Porto Tolle
Spot da puara al tramonto (e dove trovarli)

Ceniamo e ci mettiamo a dormire. Sul legno, con materassini spessi 1 centimentro. Come se non bastasse, poco dopo, arriva un gruppo di ragazzi ubriachi marci a far casino e menarsi.
Pensavamo finalmente di riposare e invece no! In tarda notte ecco arrivare altre persone che salgono sulle chiatte e vanno a pesca.
E anche questa notte si dorme poco e male.

Giorno 3. Il primo passo verso l’epicità

Sveglia presto, come sempre Enea è l’ultimo a svegliarsi. Sbaracchiamo e appena prima di partire troviamo un signore con un kayak (vero) e due ragazze che ci spiega come arrivare alla foce passando da un ramo laterale del Po. Ramo che avevamo già addocchiato ma di cui non eravamo convinti.

Carichiamo e imbocchiamo il Po di Maistra. In pochi metri sembra di essere in un altro fiume. Acqua più pulita, larghezza del fiume che si riduce a una decina di metri, poca corrente, zero vento e onde. Bellissimo!

Navigando tranquillamente possiamo osservare le costruzioni abbandonate dei pescatori. Fondamentalmente sono ecomostri in miniatura sul bordo del fiume. Cemento e ferro che rovinano l’ambiente ma allo stesso tempo lo caratterizzano.

Incrociamo le due ragazze in kayak affittato, i primi esseri viventi incontrati sul Po (insieme al gentile signore di prima), cefali esclusi. Sono tedesche e Gandi con il inglese fluente chiede loro se possono farci una foto.

“can you make a photo with our photograph machine?”. Le ragazze sorridono per il linguaggio tarzaniano o poi il mio turbante in tessuto e ci scattano una foto. Purtroppo il loro rapporto con la tecnologia era lo stesso dell’inglese di Gandi e non è uscita nemmeno mezza foto.

Salutiamo e continuiamo sul Po di Maistra. Qualche tempo più tardi, tra imbarchini abbandonati e rovi, troviamo finalmente delle rocce su cui approdare per una pausa.

Una comoda pausa con 40° alle 11 di mattina. Risaliamo l’argine in costruzione e troviamo riparto tra i cingoli di un escavatore.


Pausa sugli argini del PO in costruzione con un escavatore in primo piano
Pausa all’ombra di un escavatore. La prima ombra della giornata, che pacchia!

Prontamente arriva l’imprenditore veneto sospettoso e, dopo aver capito il nostro stato di disagio fisico e mentale, inizia a raccontarci dei lavori sul Po e del suo stato di abbandono. Secondo momento culturale della giornata dopo la lezione di inglese.

“Meno di 12 km e siete in mare” ci dice l’imprenditore. Partiamo allora gasati tra le anse del Po fino a raggiungere il ponte delle barche. Altra ombra!

Ma visto l’abbondanza di cultura assaporata nelle prime ore della giornata dovevamo compensare con un po di sana ignoranza. Parte la sfida del “boulder delle barche”.

L’obiettivo era attraversare il ponte da una barca all’altra arrampicando sulla trave che lo sorreggeva. Un’arrampicata facile e ben ammanigliata, se fossimo stati riposati, ben nutriti e al fresco. Un altro piccolo dettaglio che d’ora in poi si farà più interessante: Gandi non sa nuotare.

Passiamo tutti il boulder del ponte. Gandi e Enea tracciano altre vie comprese tra i 5 e il 6a. Segnando così la prima ripetizione della via del ponte delle barche. Sarà sicuramente un evento degno della storia alpinistica mondiale.


Arrampicata boulder sul ponte della barche sul Po
Free climbing “is a state of mind” #2

Abbandoniamo il ponte, la fame inizia a farsi sentire e le nostre scorte scarseggiano. Troviamo dei rovi con delle more e iniziamo a mangiare tutte quelle che troviamo.

Nel frattempo sentiamo una voce arrivare da una casetta galleggiante “Volete un’ombra??”. Ci avviciniamo e incontriamo dei pescatori che continuano a urlarci di salire per un’ombra!
Tempo qualche minuto e siamo tutti e tre seduti a tavola con un bicchiere di vino in mano e pesce fresco. “l’ombra” è il bicchiere di vino.

Avevamo paura di essere in ritardo sulla tabella di marcia (tabella del tutto non programmata) ma non potevamo negare un invito a pranzo da dei grandi come loro.

Tre ore a mangiare e bere con questi ragazzi che dedicavano il loro tempo libero alla casa galleggiante. Ci hanno offerto di tutto e non fosse stato che dovevamo conquistare Venezia saremmo rimasti li due giorni. Uno per mangiare e bere, l’altro per andare in laguna con loro a pescare vongole.


Pranzo con amici al ponte delle barche Porto Tolle
Pranzo sociale sul “ciabot” galleggiante. Grandissima ospitalità , ottimo pesce e ottimo vino. Voto Diesci.

Purtroppo nel primo pomeriggio li abbiamo salutati e ripreso la nostra avventura verso la foce con la promessa che ci saremmo rivisti a Torino. Eravamo a circa 6 km dal mare.

Poco più di un’ora e usciamo in mare! Per qualche istante la protezione degli argini del fiume ci mancava, pensavamo di essere vicini alla costa e invece eravamo nel nulla. Ci siamo fatti coraggio e siamo usciti in mare, vedevamo appena la costa.

Sono bastate alcune centinaia di metri per farci arrivare a una secca. Un banco di sabbia con 20 cm scarsi di acqua che lo ricopriva, al suo limite un tronco di albero. Sembrava messo li apposta per noi, come un podio. Ci siamo ingegnati rischiando di perdere il telefono in mare ma siamo riusciti a fare quella che secondo me è la foto simbolo di tutta l’avventura.


Tre ragazzi in kayak su una secca del delta del po
Foto sulla secca a centinaia di metri dalla riva. Il che vuole dire foto al delta del Po… ma il nostro viaggio non finisce qui

Mi ricordo ancora quando Gandi in un gruppo facebook di kayak chiese suggerimenti per la nostra avventura e tutti gli risposero “impossibile fare quelle distanze in questo periodo, in cosi pochi giorni, senza esperienza e con delle canoe gonfiabili”. E adesso eravamo lì, con le nostre canoe gonfiabili del Decathlon, le nostre scorte di cibo mezzo avariato, esperienza in canoa pari a zero ma con una mente allenata a superare gli ostacoli e raggiungere gli obiettivi.

Merenda e si parte a piedi. Scopriamo la “sosta in itinere 2.0”. In mezzo al mare, su una secca, uno di noi si lega in vita un cordino e lo collega alla canoa, canoa a sua volta collegata con l’altra. Uno di noi camminava sulle secche e gli altri due si riposavano in kayak.

La spiaggia si avvicina… La puntiamo e arriviamo sul bagnasciuga. Ci alterniamo con il metodo “sosta in itinere 2.0”. Passiamo davanti a bagnanti e feste in spiaggia ma dobbiamo tirare dritto, Venezia si avvicina. Arriviamo alla foce dell’Adige, è ormai sera. Prendiamo asciugamani e sapone biologico e andiamo a lavarci nel fiume, l’acqua è ghiacciata ma non abbiamo cambi. Ogni giorno dobbiamo quindi lavarci e lavare i vestiti per il giorno dopo.

Cena poi bivacco in un sottile lembo di terra che divide l’Adige dal mare, panorama bellissimo con la luce che ormai si affievolisce. Oggi, nonostante le pause, abbiamo comunque superato i 35km.


Tramonto sulla foce dell'adige con il kayak
Super tramonto in riva al mare. Il nostro viaggio in canoa non è ancora finito!

Giorno 4. Scusi per Chioggia?

Giornata impegnativa fin da subito. Attraversare la foce dell’Adige di prima mattina ci ha dato una bella svegliata.

Per superarla costeggiato un breve tratto di scogliera che per quanto possa essere breve ci portava comunque in mare “aperto”. Ci siamo ritrovati a circa centinaia di metri da riva ad attraversare perpendicolarmente il fiume.

Fin dalle prime pagaiate abbiamo capito che sarebbe stato divertente. Gandi era avanti e si è subito messo il giubbino salvagente, e quando Gandi si mette il giubbino è perchè ci si diverte.

La forte corrente ci spingeva verso il mare aperto e creava delle onde che ci mettevano in difficoltà. Sono stati metri faticosi ma siamo riusciti ad arrivare dall’altro lato della foce senza incrociare barche, quello era la nostra vera paura. Paura che si concretizzerà poche ore più tardi.

Finalmente arriviamo a pochi metri dalla spiaggia e procediamo con il metodo “pausa in itinere 2.0” in mezzo a folle di bagnanti che ci guardavano incuriositi. Effettivamente sembravamo tre naufraghi visti da fuori.. Canoe piene di materiale, avvolto in sacchi neri, noi con i vestiti quasi consumati dal sole e cappelli improbabili che trainiamo le canoe camminando sul bagnasciuga.


Enea e Gandi trainano le canoe su una secca
La famosa “pausa in Itinere 2.0”. Io questa volta mi riposo. Gandi e Enea trainano le canoe su una secca

Decidiamo di fermarci qualche minuto e andare a comprare due bottiglie d’acqua. Una scusa per fare due passi a Sottomarina dopo 4 giorni vissuti seduti in kayak praticamente senza vedere anima viva. Eravamo quasi contenti di vedere gente. Per i primi 30 secondi.

Dopo due minuti di camminata in spiaggia volevamo già tornare a isolarci in kayak, da buoni orsi quali siamo. Passare da 4 giorni di isolamento totale e, anni di isolamento parziale nella vita quotidiana, a un bagno di folla caotica è stato traumatico.

Prendiamo al volo l’acqua e torniamo in mare a pagaiare, nel silenzio assoluto della natura.

Silenzio che dura fino alla foce, molto trafficata, del Brenta. la corrente è molto più tranquilla rispetto all’Adige, sarà per la marea? Noi che di maree non ne sappiamo nulla non sappiamo rispondervi :).

Il Brenta inizia a essere trafficato. Piccole e medie imbarcazioni che ci passano vicine. La più grande ci alza qualche onda quasi surfabile con la canoa. Ne approfittiamo e pagaiamo duro per sfruttare le onde e arrivare in breve tempo vicino alla spiaggia.

Seguiamo la spiaggia a distanza, dietro una linea di scogli, fino ad arrivare a un braccio di pietra e cemento lungo centinaia di metri che parte dalla spiaggia e arriva in mare. è La diga di Chioggia. è impressionante doversi allontanare così tanto da riva per poterla raggiungere.

Chiediamo informazioni a dei pescatori sulla loro palafitta di pesca e raggiungiamo la punta della diga. Si presentano ora due importanti problemi.

Il primo problema di questo attraversamento sono le numerose navi che imboccano il fiume. Il secondo problema è che noi, animali terresti, non siamo assolutamente in grado di valutare le distanze a occhio in mare, quindi le navi ci sembrano tutte ferme e lontane.

Rimaniamo appostati qualche minuto all’apice della scogliera della foce cercando di valutare i tempi e trovare il momento giusto per fare lo sprint dall’altro lato. Sono circa 500 metri di paura.

La zona sembra tranquilla, a parte una nave container in lontananza.

“è ferma, andiamo tranquilli” dice Gandi. “Guardate che la chiglia ha del bianco, quella bestia si sta muovendo” ribadisco io.

La osserviamo tutti e tre attentamente per qualche secondo ed effettivamente sembrava ferma.. Decidiamo allora di farci questo sprint da lato a lato.

Eravamo esattamente a metà della foce quando vediamo un condominio ambulante avvicinarsi sempre di più. Tiriamo come se non ci fosse un domani (e se avessimo rallentato probabilmente non ci sarebbe stato), siamo quasi dall’altro lato quando la nave ci passa a fianco.

Un po di strizza ci è presa però è andata bene. Inizia la parte forse più critica fisicamente e mentalmente di tutto il viaggio.

Iniziamo a risalire la diga puntando alla laguna ma ci accorgiamo che la corrente tira verso fuori, dalla laguna al mare. Ci ritroviamo quindi a pagaiare in piena controcorrente, con le navi che ci sfrecciano a pochi metri e il sole cocente di un mezzogiorno di fine luglio.

Guadagnamo pochi metri al minuto, 2km infiniti. Vediamo l’ingresso della laguna ma sembra rimanere fermo li in lontananza. Non so precisamente quanto tempo ci abbiamo messo ma comunque più di un’ora.

Ci affacciamo finalmente in laguna e Enea si lancia in acqua insofferente. Leghiamo le canoe agli scogli e risaliamo una parete e andiamo alla ricerca di un filo d’ombra.

Pranzo veloce con il solito menù che ci accompagna da giorni. Tonno, formaggio, taralli e frutta secca. Ci rimettiamo in canoa e qualche centinaio di metri più avanti si apre un ansa con un bella area verde ombreggiata, perfetta per una pausa vera. Siamo ufficialmente in laguna.

Vaghiamo tra i canali senza capire il senso di marcia, vediamo traghetti che ci vengono incontro per poi attraccare all’ultimo, barche della guardia di finanza che sfrecciano a un metro da noi. Ci sentiamo come se avessimo un monopattino elettrico in pieno centro, senza regole di circolazione 🙂 .

Arriviamo al primo paese della laguna e ci concediamo una visita veloce. Attracchiamo e giretto a piedi per i vicoli. Casualmente incontriamo un ragazzo che, percependo non fossimo proprio local, ci spiega come muoverci in sicurezza con i nostri mezzi.
“dovete andà in Palua, al di là dei pali dei canali”. In pratica il segreto per non farsi investire era quello di stare fuori dai canali.. Effettivamente era un ragionamento ovvio, peccato che noi prima di quel momento non capissimo quale fosse il canale e quale la laguna.

Rifornimento d’acqua alla fontana del paese e si riparte da quel lembo di terra di 200m che divideva il mare dalla palude.

Seguiamo i suggerimenti del local e entriamo diretti in palua. Tempo di pagaiare forse cinque minuti e ci ritroviamo incagliati su una secca, scendiamo a piedi convinti di camminare sulla sabbia e invece ci ritroviamo immersi in una melma fangosa che sembra cemento.

Siamo totalmente bloccati a qualche centinaio di metri dal canale con le canoe che raschiano a terra, sotto il sole cocente. Momento perfetto per fare pranzo 🙂 Nessuno aveva voglia di trascinare le canoe per chissà quanto.

Pranzo, foto ricordo e via. Faccio due passi e perdo entrambe le Fivefinger.. Sono rimaste impantanate sotto mezzo metro di fango.


Secca sulla laguna di Venezia in Kayak
Tre secchi e una secca.

Riprendiamo a pagaiare fuori dai canali per le barche e arriviamo all’imbocco del porto di Sottomarina. Un bel casino.. In pratica è un raccordo autostradale. Navi container, crociere, imbarcazioni private e barchette. Passava di tutto in quel chilometro di canale.

Ormai esperti di attraversamento perpendicolare di canali portuali, aspettiamo la pausa tra una nave container e l’altra e partiamo a manetta.

i motoscafi non erano molto felici di incrociarci, almeno dai loro insulti traspariva quello 🙂

Siamo salvi e percorriamo il bordo dell’isolotto lagunare alla ricerca di acqua e un posto per bivaccare. Approdiamo a un parco pubblico con fontana, perfetto per dormire. Pochi minuti dopo arriva però un ragazzo che si raccomanda di non bivaccare in quella zona perchè avremmo creato problemi. Il ragazzo ci racconta dell’isola di Poviglia, che vedevamo in lontananza. Un ex manicomio abbandonato dove ora ci sono i fanasmi, ” Sono venuti anche quelli di Mistero”, noto programma televisivo dall’alto valore scientifico (ovviamente sto scherzando, sul valore scientifico).
Quindi quale posto migliore per passare la notte?!

Facciamo il pieno di acqua e ci rimettiamo in canoa, è ormai pomeriggio inoltrato. In circa un’ora arriviamo a Poviglia, circumnavighiamo l’isola abbandonata di forma ottogonale e ci ripariamo sotto una tettoia. Anche oggi circa 40 km li abbiamo percorsi.
Enea e Gandi vanno a esplorare il manicomio e io allestisco una doccia mettendo la sacca idrica su un muretto, con vista tramonto sulla laguna.

Anche in quest’isola troviamo la scusa per arrampicare. Un bel traverso di 30 metri su cengia a picco sul mare. A ben due metri di altezza 🙂


Isola di Poviglia, Venezia
Preparativi per la notte sull’isolotto dei fantasmi

Cena a base di formaggio, salame e taralli. Il tutto ormai avariato da 3 giorni di temperature cocenti.

Ci ripariamo sotto una tettoia e il caldo non ci da tregua. Non un filo di aria, niente. Tre persone sopra il metro e ottanta in una tenda da due/tre in una delle notti più calde del 2020. Intorno alla tenda è pieno di insetti e animaletti.
Dobbiamo quindi scegliere: o muoriamo di caldo (Gandi in realtà russava da ore) o rischiamo di trovarci pieni di insetti. Votiamo insetti senza dubbio.

Giorno 5. Colpi di pagaia e colpi di scena + happy ending

La notte passa lentamente e non si dorme nulla. Ci svegliamo all’alba e prepariamo il tutto per l’ultima giornata. L’acqua scarseggia e il cibo è ormai finito.

Saliamo velocemente in canoa e puntiamo verso Venezia tenendoci sulla destra di tutti gli isolotti. Nessun rumore, acqua calmissima, sole ad altezza del mare. Bellissimo.


Con la canoa vicino a Venezia
Ci godiamo l’aria “fresca del mattino” e il panorama intorno a noi. A un passo da Venezia

Pagaiamo a ritmo blando e incrociamo solamente alcuni atleti che si allenano sulle gondole.

Arriviamo a Giudecca e intravediamo di nuovo la civiltà. Il traffico inizia ad aumentare ma ormai siamo più abili di un milanese in centro su monopattino.

Superiamo il lembo di terra di Giudecca e ci affacciamo al canal grande, ci guardiamo e diciamo insieme “bel casino”. C’erano talmente tante imbarcazioni che non riuscivamo nemmeno a capire un’ipotetica strada da percorrere.

Decidiamo di attuare la nostra strategia vincente che ci ha portati fin qua. Andare dritto per dritto, ci vedranno e schiveranno.

Dopo pochi metri eravamo in balia di onde ripide che provenivano da ogni lato, insieme alle barche. Entrava acqua in canoa senza tregua, molto peggio di quando abbiamo attraversato la foce dell’Adige. Non molliamo e puntiamo dritti, a piazza San Marco.
10 minuti di paura e ci siamo, Venezia!

“parcheggiamo” le canoe tra le gondole ma, mentre stavamo per toccare terra, un gondoliere (simpatico e comprensivo) ci invita tra insulti e bestemmia ad andarcene perchè con “quelle robe li” non potevamo approdare.

Intanto noi con queste robe qui ci siamo sparati mezzo po, un pezzo di adriatico e la laguna.

Comunque, gli diamo ragione (come si fa con le persone vistosamente limitate) e ci spostiamo poco più in là.

Fissiamo le canoe a delle gradinate, scavalchiamo ed eccoci a 50 metri da piazza San Marco. Scalzi, a petto nudo e con dei pantaloncini ormai stracciati.

Il nostro entusiasmo si ferma però qui perchè anche in questo caso dobbiamo abbandonare velocemente la zona.

Risaliamo in canoa e ci infiliamo nel primo canale che troviamo. Dopo pochi metri scopriamo di essere in contromano e vi assicuro che nei canali i veneziani non vanno piano….
Incrociamo dei lavori in corso e chiediamo ai ragazzi se possono controllarci un attimo le canoe, valutiamo la strada e partiamo di corsa per piazza San Marco. Arriviamo in piazza, foto velocissima e torniamo al volo.


Venezia piazza San Marco in arrivo con il kayak
E come da programma, eccoci finalmente in Piazza San Marco

Recuperiamo le canoe e continuiamo il nostro tour clandestino in Venezia. Ogni gondoliere che incontriamo ci fa scoprire insulti nuovi, in diverse lingue. Alcuni hanno avuto il coraggio di dirci che inquiniamo Venezia.

Noi che siamo partiti in autosufficienza in kayak…

I gondolieri ci obbligano ad abbandonare l’esplorazione. Troviamo un ponte imboscato e usciamo dall’acqua.
è ora di fare i bagagli. La cosa divertente è che dobbiamo fare stare tutto in due zaini a testa, comprese le canoe!

Iniziamo quindi a smontare tutto, praticamente distribuiamo a terra tutto il materiale per riordinalo. Occupiamo una piazzetta intera.
Sgonfiamo le canoe e le posizioniamo nelle loro custodie, ci cambiamo (con i turisti che passavano e ci facevano le foto) e sistemiamo gli zaini. Diciamo che uno sherpa ci avrebbe fatto comodo.


Sul ponte di Rialto a Venezia con Gandi ed Enea
Noi e i nostri bagagli. Incredibile che abbiamo a spalle tutto quello che ci è servito per navigare 5 giorni.

Proprio mentre stavamo richiudendo il tutto incrociamo un ragazzo che inizia a farci qualche domanda incuriosito. Un viaggiatore che fa il turista in zona Venezia da qualche mese. Quando gli raccontiamo cosa abbiamo fatto è incredulo, ci vuole offrire a tutti i costi un aperitivo.

Ci prende uno zaino, noi carichiamo il resto e andiamo in stazione a depositare i bagagli. Gandi spunta con un carrello gigante, carichiamo tutto sopra convinti di portarlo in giro per Venezia. Il nostro nuovo amico ci fa notare che l’idea non è brillante, andiamo quindi chiedere uno spazio di deposito in stazione. Contrattiamo e lasciamo tutto li.
Abbiamo quindi il tempo per fare un giro a Venezia, leggeri e affamati.
Ci fermiamo in un baruccio, uno spritz a stomaco vuoto e torniamo in stazione, il nostro treno era quasi in partenza.

Salutiamo il nostro nuovo amico, recuperiamo bagagli e si ritorna alla base. Prossima fermata Occhiobello. Dopo altri 7 chilometri di laguna e altri 5 circa di canali.

Dopo 3 minuti Gandi sviene, io ho una fame porca e non riesco a dormire.


Arriviamo alla stazione di Occhiobello verso le 14. 35 gradi all’ombra. La stazione è nel nulla, non c’è un bar, ne una fontana ne un po di ombra.
L’auto di Enea è parcheggiata a circa 4 km da noi. Io e Gandi stiamo al parcheggio mentre Enea parte di corsa per recuperare la macchina in paese.
Dopo mezz’ora circa ci chiama “Alle abbiamo un problema. Mi hanno portato via la macchina perchè era in divieto di sosta“.


Gandi mentre dorme in treno
Gandi è una persona che non ha problemi di sonno

Io e Gandi siamo nel nulla senza cibo ne acqua stanchi morti, Enea si è appena fatto una corsa sotto il sole cocente e la macchina è in un ricovero a 12 km da noi.

Allora Enea chiama un taxi, torna da noi, recupera soldi e documenti, si fa portare a prendere la macchina, sgancia 200 e passa Euro di multa, torna a recuperarci e finalmente si parte per tornare a casa. Dopo aver fatto merenda.

Si conclude così la nostra avventura. Breve ma intensissima. Oltre che per l’impegno fisico e mentale anche perchè si vive a strettissimo contatto e in situazioni estenuanti con altre persone. Scegliere le persone giuste per godersi queste avventure è fondamentale. Persone che si completano caratterialmente ma che possono vivere in simbiosi per giorni, con un grande spirito di adattamento ma anche con una buona capacità di risoluzione dei problemi. Se anche solamente uno di noi tre avesse mollato oppure se si fosse creato un qualsiasi tipo di attrito non saremmo mai arrivati a Venezia.

Un’altra avventura epica, fatta a modo nostro, da aggiungere ai ricordi.

1 comments on “Sul fiume Po con due canoe gonfiabili e un’avventura in tasca”

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