“Una telefonata allunga la vita” diceva un vecchio spot che chi è cresciuto negli anni ’90 probabilmente ricorda ancora bene.
Oggi però, mentre mi sposto in bicicletta a Milano e fuori città tra piste ciclabili, stazioni ferroviarie, strade provinciali e semafori eterni, mi viene spesso da pensare che quella frase andrebbe aggiornata.
Perché forse una telefonata la vita la allunga davvero… ma solo se non la fai mentre stai guidando.
Pedalando o fermo al semaforo vedo continuamente scene che ormai sono diventate così normali da non fare quasi più notizia
Persone al volante con il telefono in mano.
Occhi bassi sullo schermo.
Messaggi vocali registrati nel traffico.
Scrollate rapide ai social durante una coda.
Telefonate in vivavoce (tenendo il telefono in mano) fatte agitando le mani come se l’auto stesse andando da sola.
Ed è proprio questa la parte che mi colpisce di più: la normalità.
Non lo stupore.
Non l’eccezione.
La normalità.
Come se guidare fosse diventata un’attività secondaria, qualcosa da fare nel frattempo che facciamo altro.
Come se stare sulla strada richiedesse ormai solo una presenza “parziale”.
E invece la strada è tutto tranne che qualcosa di secondario
La strada non è uno sfondo della nostra vita quotidiana.
Chi si muove in bicicletta, a piedi, con lo scooter o in moto, questa cosa la percepisce immediatamente.
La sente quasi fisicamente, ancora prima di razionalizzarla.
E così capisci chi è veramente presente al volante.
Chi ti ha visto davvero.
E chi invece sta guidando con la testa altrove perchè ha il telefono in mano.
A volte, basta osservare la traiettoria di un’auto per rendersene conto
Piccole incertezze.
Micro ritardi.
Quel mezzo secondo di troppo prima di frenare o ripartire.
Manovre fatte a caso.
Sono dettagli che, da dentro un abitacolo, probabilmente passano inosservati.
Ma quando sei su una bicicletta, a piedi, a bordo dello scooter o in moto… quei dettagli li senti addosso.

È curioso come il dibattito pubblico finisca quasi sempre altrove
Le ciclabili dividono.
I monopattini indignano.
Le Zone 30 scatenano guerre ideologiche.
Ogni misura sulla sicurezza stradale sembra un attentato alla libertà personale.
Poi però il cellulare alla guida — che è una delle cose più diffuse e pericolose che incontriamo ogni giorno — viene trattato quasi come una cattiva abitudine innocente.
“Ma sì, stavo solo guardando un attimo.”
Quel famoso “attimo” che tutti pensano di saper controllare.
Il problema è che la strada non perdona gli attimi.
E soprattutto non perdona l’assenza.
Andare in bicicletta mi piace tanto
La bicicletta ti obbliga a esserci.
A essere presente
Non puoi davvero pedalare mentre sei da un’altra parte con la testa.
Devi percepire il traffico, l’asfalto, i rumori, le persone, il vento, persino gli umori della città e delle persone.
La bicicletta, nel suo piccolo, è un esercizio di presenza.
Abbiamo bisogno di essere presenti
Essere presenti mentre guidiamo.
Presenti mentre attraversiamo una città.
Presenti mentre condividiamo uno spazio con gli altri.
Di essere qui, adesso.
Senza schermi nel mezzo tra il parabrezza dell’auto e i nostri occhi.
Senza quella continua necessità di rispondere subito a tutto e a tutti.
Perché, alla fine, quasi nulla è davvero urgente come crediamo.
Una telefonata può aspettare.
Un messaggio pure.
La vita degli altri, invece, no.

Verissimo. Io mi sono trovato a fare mea culpa. Ho migliorato la qualità di guida, riassaporando il piacere dell’auto…(sono un tamarro ex tuned addicted, lo sai ahahahah). Ma devo dire che gli automezzi attuali e tutto ciò che circonda, invogliano alla distrazione.
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