Ci sono notti in cui il dolore fisico non lascia spazio al sonno. Costretto un’ennesima volta all’immobilità da un brutto infortunio, una frattura pluriscomposta pluriframmentaria dell’omero trattata con operazione chirurgica d’urgenza e applicazione di una placca di titanio fissata da ben tredici viti, mi sono ritrovato a leggere La condizione del dolore. Un’indagine dell’ispettore Ferraro di Gianni Biondillo (Guanda) https://www.guanda.it/autori/gianni-biondillo
Non sono un esperto di politica e in genere me ne tengo ben alla larga. Eppure, incrociare le riflessioni notturne nate dalla lettura di questo libro con le notizie dei recenti disordini nel centro di Milano, cariche della polizia, cortei, vetrine infrante e razzie nei negozi alla moda, mi ha suscitato una profonda preoccupazione per la direzione che sta prendendo la nostra società e il futuro che accoglierà i miei due figli di 18 e 14 anni, Gabry e Marghe.
Quelli che sono accaduti nelle vie del centro penso che non possono essere liquidati come semplici episodi di isolata intemperanza urbana. C’è un filo conduttore che muove la metropoli, una costante che nel libro di Biondillo è stato analizzato ben prima che i suddetti fatti accadessero. Infatti, attraverso il racconto del suo celebre ispettore il libro mi ha dato un’occasione per capire a mio modo di vedere il malessere che attraversa i quartieri della mia città e non solo.
La trappola del conflitto generazionale
Guardando le immagini delle manifestazioni in centro, la tentazione del racconto mainstream è sempre la stessa: da un lato l’inesperienza violenta della gioventù, dall’altro l’ordine costituito. Ma come fa notare Biondillo in uno dei passaggi più taglienti del romanzo, il cortocircuito tra generazioni è complesso:
«Spesso non sono le loro idee [dei giovani], glielo concedo. Ma quelle le hanno imparate dai vecchi […] Che i giovani hanno sempre ragione, anche quando hanno torto. E quando hanno torto è per colpa dei vecchi.»
Quando i giovani scendono in piazza portando con sé una rabbia che sfora in disordini, spesso si limitano a restituire la stessa logica, amplificandola, di sopraffazione ed esclusione su cui è fondata la società degli adulti. Incolpare la gioventù di essere sbagliata significa ignorare le radici culturali e ideologiche che le sono state consegnate.
L’ economia della crisi e la città plastica
Milano da anni è dentro ad un processo di rigenerazione urbana, con grandi eventi e attrazione di capitali. Eppure, le pagine di Biondillo svelano l’altra faccia della medaglia: quella di un meccanismo per il quale la crisi non è un difetto del sistema, ma il suo vero carburante. Il sistema economico non è un’entità statica, bensì lo vedo come un gigantesco, famelico mostro biomeccanico (eh si, come la “placca cavalletta” nella mia spalla) che si adatta a ogni ferita della società, metabolizzando letteralmente il disastro per rigenerarsi.
«Il capitalismo vive anabolicamente grazie alla crisi. Una perenne contraddizione, crisi, rinascita. Così da secoli.»
Questa entità si nutre delle fiamme, del degrado e delle emergenze sociali, divorando le macerie della città e le sofferenze conseguenti come se fossero pura energia e, di conseguenza, questo disordine e malessere viene trasformato in nuovi cantieri, grattacieli futuristici, centri commerciali e grafici finanziari in ascesa.
Nelle dinamiche urbane milanesi, questo si traduce in un meccanismo perverso: si lasciano deperire i quartieri popolari (San Siro è l’esempio citato nel romanzo) per ridurli all’invivibilità e confinandovi le fragilità sociali (anziani, immigrati, famiglie numerose).
Mi sono venute in mente le banlieue parigine e, sicuramente non a caso -credo alle coincidenze- ne stavo parlando settimana scorsa (prima di leggere il libro e dei disordini!) con un nuovo amico, profondo conoscitore delle città anche grazie al suo lavoro. Un’altra grande persona entrata nella mia vita, che con i suoi ragionamenti, la sua empatia e simpatia mi sta facendo passare questo periodo particolare della mia vita, riducendo la condizione del dolore, quello fisico facendomi sentire vivo, almeno mentalmente (i neuroni non sono rotti, credo..).
Si parla di rigenerazione urbana ma, dietro i plausi e gli slogan patinati, ciò si traduce puntualmente in espulsione delle classi meno abbienti dal centro per spostarle in quelli che saranno le banlieue meneghine, per fare spazio all’edilizia di lusso e all’investimento finanziario.
Macerie, ricostruzione e la scomparsa dell’alternativa
La violenza urbana e la repressione che ne consegue si collegano, nel testo di Biondillo, a un concetto ancora più radicale: l’impossibilità, per la nostra epoca, di immaginare una reale alternativa. Come si legge nel libro:
«Siamo capaci di immaginare futuri distopici e catastrofi ambientali, ma nessuno riesce ad immaginare un mondo senza il sistema capitalista […] Non ha colore politico, ideologia, religione. Sono pervasi di capitalismo l’Occidente, i paesi del Golfo, l’Asia, l’Africa…»
Finché la distruzione — che si tratti di un quartiere in degrado o di contestazioni di piazza che degenerano — viene vista esclusivamente come la prima fase dei lavori per nuove opportunità di profitto, la risposta alle istanze sociali rimarrà di pura natura contenitiva e repressiva.
I disordini nel centro di Milano sono la spia di un malessere che può essere risolto coi manganelli o con le retoriche sulla sicurezza al momento ma nel lungo periodo questo non può essere sostenibile. La vera “condizione del dolore” sta nella percezione di un sistema pietrificato che consuma i corpi, isola gli individui e trasforma il disagio sociale in profitto.
Se non si torna a mettere al centro l’abitabilità, l’integrazione e la giustizia sociale, i disordini in centro non saranno che l’ennesima esplosione di una pentola a pressione che Milano continua in modo ostinato a sigillare.
Io sto metabolizzando letteralmente il mio disastro per rigenerarmi
Mentre cerco di trovare una posizione nel letto che non risvegli le fitte all’omero tra la morsa del titanio e le viti, guardo fuori dalla finestra la notte di Milano e penso che tra le luci fredde dei cantieri e le gru che non dormono mai la città continua a rigenerarsi sulle proprie stesse crisi.
E io, nel mio piccolo, sono qui che tento di fare lo stesso. Forzato all’immobilità, con la placca cavalletta che tiene insieme i pezzi di questo disastro privato, mi rendo conto che anch’io sto affrontando la mia ricostruzione, cercando di rimettere in piedi quello che si è spezzato.
Ma guardando questa colossale bestia che trasforma le macerie in profitto, scelgo di non farmi schiacciare dal dubbio. C’è una differenza tra l’adattamento forzato della metropoli e la mia tenacia ed esagerazione alle terapie prescritte e l’ennesimo dolore dato da esse (https://www.fftraining.it/).
Forse la mia volontà di guarire e di rimettermi in sesto per tornare sulla mia Santa Cruz non è un modo per uniformarmi a un sistema spietato ma l’atto di resistenza più autentico che mi rimane. Anche di fronte alle fratture più profonde la mia capacità di rinascere non risponde a una logica di mercato ma a una forza vitale, intima e profondamente umana. Non è accettazione ma il coraggio di ricostruirsi, un pezzo alla volta, senza perdere umanità, anche grazie alle amicizie.
Nel buio, sentendo il peso del titanio, scelgo di credere in questa faticosa, bellissima rinascita. Sperando che anche la città faccia lo stesso.





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