tre ragazzi risalgono un pendio innevato con gli sci da alpinismo

Mal di montagna: fattori e persone a rischio

Finalmente la zona gialla e la tanto agognata montagna. Agganciato gli scarponi agli sci, siamo saliti a fare un’escursione con le pelli e, mano a mano che salivamo e la pressione dell’ossigeno si riduceva, mi sono ritrovata a fare delle considerazioni sulla quota e sul famoso “mal di montagna”. E così eccomi qua a parlarvene 🙂

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Qualche settimana fa, grazie alla desideratissima zona gialla, ho potuto concedermi la prima passeggiata con pelli e sci sulla neve.

Agganciato gli scarponi agli sci e dato uno sguardo alla salita, ho fatto un respiro profondo e mi è sembrato di respirare così bene per la prima volta dopo davvero tanto tempo; una vera e propria “boccata di ossigeno”, il che è piuttosto paradossale vista la fatica che mi stavo approcciando a fare 😊

Ricordo che cinque o sei anni fa quando ho iniziato a frequentare di più la montagna bastavano davvero sforzi minimi per darmi l’impressione che di ossigeno non c’è ne fosse abbastanza.

In effetti il concetto non è del tutto corretto in quanto l’ossigeno disciolto nell’aria è sempre alla stessa percentuale (ovvero poco meno del 21%); ciò che diminuisce progressivamente con l’aumentare dell’altitudine è la pressione parziale di ossigeno.
Questa condiziona direttamente la capacità del nostro organismo di far passare l’ossigeno dagli alveoli (strutture a forma di sacchetto che costituiscono la destinazione finale dell’ossigeno una volta che questo è entrato nei polmoni) al nostro circolo per poi essere trasportato in giro per il corpo e essere utilizzato come carburante.

Più la pressione è bassa, più questi scambi avvengono in maniera difficoltosa, meno ossigeno abbiamo a disposizione.

L’insieme dei sintomi con cui il corpo manifesta la sua difficoltà ad adattarsi all’altitudine è definito “mal di montagna”

Il mal di montagna [o soroche, ndr] si manifesta con sintomi come mal di testa, inappetenza, nausea e vomito, acufeni e vertigini, difficoltà a respirare, tachicardia, astenia e difficoltà a dormire.

A quali altitudini possiamo iniziare a sentire gli effetti del mal di montagna sul nostro organismo?

La velocità di adattamento all’altitudine e l’entità della sintomatologia sono molto soggettivi e dipendono dalle condizioni generali del soggetto, dalla velocità di ascensione, dall’altitudine raggiunta e dal tipo di attività praticata.


in primo piano un ramo di larice rosso bagnato dalla pioggia e sullo sfondo una vallata avvolta dalle nuvole in autunno
Fate un respiro profondo e armonizzatelo al ritmo del vostro passo. È il momento di combattere il mal di montagna… e un po’ anche la separazione da essa

Per cui in alcuni casi intorno ai 1500 metri, limite sotto il quale non si parla più di alta quota, alcuni soggetti iniziano a manifestare disagio.
Una soglia significativa oltre cui anche soggetti come escursionisti abituali o alpinisti possono incorrere in disturbi sembrano essere i 3000-3500 metri s.l.m..

In condizioni di ipossia (ovvero di meno ossigeno) il corpo mette in atto degli adattamenti che ne modificano sensibilmente il funzionamento per poterlo adattare all’altitudine; di solito questi adattamenti iniziano a verificarsi intorno ai 2500 metri.

Cosa fare per “aiutare” il nostro organismo ad abituarsi alla quota?

Per poter aiutare il nostro organismo a portare la stessa quantità di ossigeno abituale, faremo dei respiri più frequenti e lunghi e nel caso di sforzi fisici come per esempio una camminata in salita; la sensazione di affanno potrebbe infatti comparire molto prima rispetto a quando facciamo lo stesso gesto in città.

Il cuore nella stessa maniera aumenterà la sua frequenza e cercherà di distribuire un volume di sangue maggiore per garantire al nostro corpo di avere abbastanza ossigeno, specie durante gli sforzi.
Questo però ci porterà a raggiungere frequenze cardiache più alte anche per attività poco significative e magari la nostra camminata in salita di nuovo risulterà particolarmente intensa.

Dopo una prima fase di risposta acuta all’altitudine ci sarà la fase cronica, attraverso cui l’organismo cercherà di ottimizzare ulteriormente le proprie risorse per migliorare la sua sopravvivenza in quota spendendo meno risorse possibili con modificazioni che riguardano il sistema respiratorio, quello cardiocircolatorio ma anche metabolico.

Tutti questi cambiamenti sono volti a cercare di ottimizzare il più possibile l’utilizzo dell’ossigeno a disposizione e per questo motivo vengono studiati e “sfruttati” nel contesto di preparazioni atletiche di sportivi amatoriali e professionisti. L’idea è che obbligando il corpo a migliorare la sua capacità di trasporto dell’ossigeno si otterrà un miglioramento della performance, soprattutto quando questa non avverrà in quota.

Tra gli aspetti più interessanti sotto questo punto vista c’è la tendenza all’aumento dei globuli rossi, i veri e propri mezzi di trasporto dell’ossigeno, una sorta di doping al naturale per gli sportivi.


una ragazza felice di aver raggiunto la sua vetta in montagna
La montagna mi mette una certa grinta dentro 🙂

Globuli rossi, alta quota e DNA delle popolazioni tibetane

Nel 2016 uno studio pubblicato su Science ha fatto importanti rivelazioni rispetto a questo argomento valutando che in realtà non ci sarebbe un vero e proprio aumento dei globuli rossi con l’esposizione all’altitudine (processo che di fatto richiede dei tempi fisiologici di circa una settimana per globulo) quanto più un miglioramento della capacità di questi di legarsi con l’ossigeno. Motivo per cui l’adattamento inizia in tempi molto più brevi, ossia già dopo due o tre giorni a partire dalla prima notte passata in altura (sempre secondo questo studio).

Sembrerebbe che a modificarsi sia la struttura proteica dell’emoglobina, la proteina che costituisce il globulo rosso e deputata a legare l’ossigeno allo stesso per essere trasportato nel corpo. Il globulo rosso mantiene la sua struttura modificata per tutta la sua vita, 120 giorni circa, anche se cessa l’esposizione all’altitudine; per cui i miglioramenti della performance permangono anche dopo settimane.

Ma non solo, perchè questa memoria transitoria permetterebbe di ridurre le tempistiche di adattamento se si tornasse in quota entro brevi tempi (entro il termine di vita dei globuli rossi modificati).

Grazie a questo studio vengono gettate le basi per comprendere i processi legati a queste modifiche con la prospettiva di arrivare a capire come potenziare la capacità del sangue di trasportare ossigeno. Questo avrebbe potenziali risvolti positivi in molteplici campi, non solo per l’adattamento alla vita in quota ma anche in tutte quelle condizioni mediche come traumi, malattie cardiache e cerebrali il cui danno è causato dal mancato apporto di ossigeno ai tessuti.

La possibilità di comprendere meglio i meccanismi dell’adattamento alla vita in quota hanno stimolato anche la ricerca genetica sulle popolazioni che vivono stanziali ad altitudini estreme evidenziando come per esempio i tibetani abbiano sviluppato degli adattamenti evolutivi per poter sopravvivere. Questa popolazione risulta tra le più antiche e ha delle caratteristiche genetiche ben definite tra cui sono stati individuati due geni che sembrano avere la funzione di protezione verso il mal di montagna anche nelle sue complicanze peggiori (edema polmonare).

Non è recentissimo lo studio che aveva individuato i geni “dell’atleta” correlati a una particolare tolleranza di questa popolazione allo sforzo fisico; tuttavia di recente sono state individuate delle altre varianti genetiche che garantirebbero dei processi di angiogenesi più efficaci. Questi consistono nella formazione e proliferazione dei vasi sanguigni con un conseguente miglioramento della circolazione all’interno dei tessuti, in presenza di valori di emoglobina e globuli rossi uguali, se non a volte inferiori, alle popolazioni di pianura.

Possiamo dire quindi che in Tibet si sono evoluti dei “super-uomini” delle montagne e che quindi gli 8000 di fatto non sono adeguati alla sopravvivenza di tutti, visto che questa popolazione ci ha messo secoli per creare un DNA ad hoc.


un montagna innevata
Anche oggi smettiamo di sognare domani 🙂

Effetti del mal di montagna e accorgimenti da adottare

Salvo che nel nostro corpo non scorra del sangue tibetano è quindi importante sapere quali sono gli effetti che la quota può dare ai nostri sistemi vitali e, in funzione della nostra condizione di salute, decidere che cosa sia opportuno o meno fare

In particolare è bene ricordare che i bambini con età inferiore agli 8-10 anni devono essere portati con cautela a quote superiori di 2000 metri.
Essi possono infatti essere più frequentemente affetti da mal di montagna; per cui sarebbe bene programmare una salita graduale e progressiva per consentirgli l’acclimatazione.

Mentre per quanto riguarda i bambini con età inferiore all’anno è sconsigliato raggiungere quote oltre i 2500 m a causa di alterazioni della respirazione. Va inoltre ricordato che essi sono più esposti al freddo e alle radiazioni solari.

La gravidanza è un fattore che può in parte condizionare l’indicazione ad andare in altura.
Oltre alle norme di buon senso è bene ricordare che per gravidanze a rischio è meglio evitare di stare ad altitudini sopra i 2500 m così come nel caso di rischio di ipertensione e anemia.

Per quanto riguarda gli anziani è stato evidenziato che sembrano soffrire meno il mal di montagna; è consigliato tuttavia mantenersi ad altitudini tra i 1000 e 2000 metri e praticare attività adeguate alle proprie condizioni fisiche.
Inoltre, se si assumono farmaci o si prevede un’attività particolarmente intensa, è sempre meglio consultarsi con il medico.

In seguito a malattie cerebrovascolari (ictus) è sconsigliabile superare altitudini di 3000 metri (soprattutto nei 6 mesi successivi all’evento), così come per chi presenta dei fattori di rischio come fumo, diabete, ipertensione, insufficienza cardiaca o abbia avuto eventi cardiovascolari recenti (meno di quattro settimane).

Per chi invece ha avuto eventi cardiaci stabilizzati non sono sconsigliate altitudini fino ai 3000 metri, purché le attività svolte non concorrano all’aumento della pressione e possibilmente sempre in seguito a consulto medico.

Problemi come angina instabile, scompenso cardiaco congestizio, forme gravi di valvulopatia od ostruzione all’efflusso ventricolare, aritmie ventricolari di grado elevato, cardiopatie congenite o con ipertensione polmonare, arteriopatia periferica sintomatica, ipertensione arteriosa grave o mal controllata possono costituire una controindicazione ad andare ad altitudini superiori a 1800 metri.

Per quanto riguarda i soggetti con ipertensione controllata non è sconsigliato il soggiorno in altura e fare attività fisica moderata procedendo possibilmente con una salita graduale che consenta un acclimatamento e purchè sotto controllo medico per degli eventuali aggiustamenti di terapia.

Un gruppo di ragazzi al crepuscolo sulle sponde di un lago ghiacciato nella Conca dei 13 Laghi a Prali
Eccoci qua, al crepuscolo, sulle sponde di un lago ghiacciato, nella Conca dei 13 Laghi a Prali

Infine, i soggetti che soffrono di emicrania con aura con fattori di rischio quali fumo, obesità, ipertensione ecc., dovrebbero ridurre i soggiorni in quota per aumentato rischio di incidenti cerebrovascolari. Inoltre l’altitudine potrebbe aumentare la frequenza e il numero degli attacchi.

In generale, è bene ricordare che a causa dell’iperventilazione in quota, dell’aumentata affaticabilità e della riduzione dello stimolo dovuto alle basse temperature, spesso durante le nostre escursioni ci dimentichiamo di idrataci.

E una condizione di disidratazione non solo ci espone più facilmente al mal di montagna ma rischia di metterci in situazioni di pericolose per la nostra salute.

È bene quindi ricordarci di bere almeno un litro d’acqua l’ora, o di fare il “pieno di liquidi” in anticipo se pensiamo che lungo l’itinerario non troveremo punti d’acqua a sufficienza per riempire le nostre borracce.

Conclusioni e un consiglio sulla gestione delle nostre escursioni in montagna

Lungi questo elenco da essere completo ed esaustivo comunque.

Quanto precede vuole solo essere uno stimolo a chiedersi se si è nelle condizioni giuste per affrontare la montagna che è sempre un’esperienza meravigliosa ma può talvolta essere insidiosa se non gestita consapevolmente.

Dove fosse presente un dubbio, è sempre bene confrontarsi con una figura medica che saprà di certo indicarvi la strada migliore per non perdervi il panorama dall’alto in tutta sicurezza e consapevolezza.

Buoni boschi e buona montagna, respirate profondo e prendetevi la vostra boccata di ossigeno a pressione parziale ridotta!

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